CROCCO 

BRIGANTE CHE SI FECE GENERALE

La vicenda umana di Carmine Crocco detto Donatello, nato nel  1830 a  Rionero in Vulture e morto a 75 anni, nel 1905 nel carcere di Portoferraio, dove scontava una pena all’ergastolo, ha certamente avuto un grande momento di notorietà con la trasmissione, sul primo canale della Rai, della fiction televisiva “Il Generale dei Briganti” del regista Paolo Poeti(febbraio 2012), ma della storia di Crocco in tanti si sono interessati e qualcuno qualche mese prima(ottobre 2011) ne ha parlato come del  brigante che si fece generale. Questa fiction però non ha reso un buon servizio, né alla conoscenza del più importante fra i briganti dell’epoca moderna, né alla conoscenza del fenomeno del brigantaggio postunitario. La stessa presentazione della Basilicata e dei paesi che videro lo svolgersi degli avvenimenti descritti è stata approssimativa e fuorviante, sia per coloro che vivono in questa regione e conoscono perfettamente i posti che furono teatro delle azioni brigantesche, che per coloro che, non conoscendo la regione, pure ne hanno ricevuto una immagine distorta e non corrispondente alla realtà. Da parte del regista e degli sceneggiatori, si è puntato(forse anche con una certa consapevolezza)a proporre una storia romantica e sentimentale, ben condita da tutti gli elementi che la potessero rendere entusiasmante e facilmente, nonché banalmente, comprensibile. Si è fatto ricorso alla invenzione di un personaggio di pura fantasia come il dottore Aiello, con il solo scopo, dichiarato dallo stesso regista nella conferenza stampa di presentazione, di delineare, in mezzo alle traversie sentimentali del personaggio storico(Crocco) e del personaggio inventato(Aiello), la storia del contrasto fra Crocco e la sua “anima”, all’inizio tendenzialmente rivolta ad accogliere il cambiamento liberale proposto da Garibaldi. Ma la realtà storica, documentata dalla stessa autobiografia del brigante e da altri resoconti dell’epoca, confligge con la vicenda raccontata nel film televisivo. Con l’intento, dichiarato e sbandierato come un fatto certamente positivo, quello cioè di non “delocalizzare” le riprese, la storia si svolge in “locations” tutte nostrane, certamente suggestive, come quelle della campagna lucana del remoto nord della regione(San Fele), del castello di Lagopesole, del castello e del centro di Melfi e di Venosa, oltre che di Napoli e dell’abbazia di Padula nel Salernitano, ma le incongruenze scenografiche in questo caso sono innumerevoli e sconcertano lo spettatore soprattutto lucano, in quanto non seguono le indicazioni che Crocco fornisce nel suo racconto autobiografico, oltre che da quanto risulta sia dal processo a suo carico che da altri documenti. Il popolo lucano, che certamente, all’epoca dei fatti, più che trarre vantaggi dalle azioni brigantesche ne subì le conseguenze, non viene affatto rappresentato e quasi scompare del tutto, sommerso da un intrigo di sentimenti, rancori, cambiamenti e rimorsi, violenza e vendetta, che ruotano intorno alle peripezie soprattutto amorose di un Crocco, a tratti vanesio, a tratti collerico. Trascinati nel vortice della storia rocambolesca di Crocco e compagnia, voluta dal regista Paolo Poeti, si fa fatica a mettere in fila tutti gli errori. Fanno scalpore i costumi lindi e quasi contemporanei dei protagonisti, costumi mai sdruciti e sempre “à la page”, tanto che qualcuno ha visto agevolmente in Crocco(Liotti) più che le sembianze di un brigante quelle di un fotomodello. Quando si è voluto introdurre un momento di festa ed allegria nel corso delle azioni brigantesche e delle pause, che pure si fatica a pensare che ce ne siano realmente state, briganti e brigantesse, più che la tarantella lucana, ballano una danza molto simile alla “pizzica” salentina, anche se la musica viene, più esattamente, riconosciuta ed individuata con la “pastorale” del Pollino. Per finire con l’approssimazione scenografica: una “location”come il Castello Federiciano di Lagopesole, utilizzata sia per ambientarvi il palazzo del signorotto che(al colmo dell’inverosimiglianza) il Palazzo Reale di Francesco II, la piazza antistante la cattedrale di Melfi che si chiude con una panoramica che lascia distintamente intravedere un fondale giustapposto per eliminare uno scorcio dell’attuale cittadina.

Nessuno certo si aspettava da questa fiction televisiva l’utilizzo di effetti speciali, poiché la trama della vicenda non ne aveva certamente bisogno ed in un certo senso si potrebbe persino accettare l’uso prevalente nei dialoghi del dialetto napoletano al posto di quello lucano, che tuttavia sarebbe certamente risultato più pregnante ed incisivo. Legittimamente si può pure dire che ci si aspettava qualcosa di più caratterizzato e caratterizzante, sotto il profilo della ricostruzione, per un periodo così controverso della nostra storia regionale e nazionale. Quello che comunque si è visto nel “Generale dei Briganti” potrebbe anche essere sopportato, se almeno la sceneggiatura fosse stata più accorta e rispettosa degli eventi storici. D’altronde, nel mondo della regia, la scenografia non è mai stata un problema, quando pure essa è stata impropriamente utilizzata, per sostenere testo ed immagini, ma di uno spessore narrativo e di sicuro effetto, come è successo per il Vangelo secondo Matteo di Pasolini, ambientato oltre che nei Sassi di Matera nello stesso Castello di Lagopesole e per il film “The Passion” di Mel Gibson, girato quasi del tutto a Matera e dintorni. Il fatto invece è che con questa fiction televisiva, prodotta oltre trent’anni dopo il bellissimo sceneggiato televisivo sullo stesso argomento dal titolo “L’eredità della priora”,diretto da Anton Giulio Majano, senza neppure tenere conto di uno spettacolo all’aperto,  che da circa un decennio, in modo decoroso e rigoroso,  si realizza su Crocco ed il brigantaggio nel parco lucano della Grancia, si è voluto fare una operazione di banalizzazione della vicenda di Crocco, senza considerare di provocare lo stravolgimento dei fatti e con una cortissima visuale da semplice “soap opera”, finalizzata a soddisfare una “audience” che non chiede più approfondimenti, ma solo piangere o ridere. Cosicché si resta allibiti nel sentire che con questo film televisivo, costato un po’ di denaro anche dei contribuenti, si sia voluto concludere degnamente, sulla televisione pubblica, le celebrazioni per il 150° anniversario dell’Unità d’Italia. Si resta sbigottiti, è il caso di dirlo, per la stessa immagine che il brigante Crocco ricava da questa operazione di revisione televisiva della Rai, diretta non tanto a farlo apparire come il difensore dei cafoni, delusi dalla unificazione o meglio dalla cosiddetta “colonizzazione piemontese del sud”(Carlo Alianello autore de “L’eredità della  priora” lo aveva sostenuto nel suo “La conquista del sud”, ma altrettanto aveva in un certo senso fatto Raffaele Nigro, sdoganando i briganti lucani con il suo romanzo “I fuochi del Basento”, vincitore del Premio Campiello), quanto piuttosto come un ribelle “ante litteram”, un giustiziere dei torti personali subiti, una specie di vendicatore solitario, come tanti altri personaggi, più o meno positivi, apparsi sulla scena televisiva e cinematografica oltre che fumettistica, puramente inventati o reinventati. Ci sarebbero gli estremi per una bella rimostranza pubblica dei lontani eredi di Crocco e non solo(anche quelli di Ninco-Nanco e di Caruso), se non si volesse proprio, pure solo per una esigenza di teatralità, adire le vie legali con Rai e regista, ai fini di un risarcimento di immagine. E’un consiglio che mi sentirei di dare all’attore Michele Placido che pare sia l’ultimo erede per parte di padre del brigante Crocco. Naturalmente non escluderei che in tale procedimento di risarcimento la stessa Regione Basilicata si costituisse parte civile per l’evidente effetto di confusione, generato su una parte importante e significativa della sua storia preunitaria e risorgimentale. Quanto a Ninco-Nanco basterebbe solo segnalare il fatto che venne catturato, previo accordi con le guardie nazionali e i soldati piemontesi, ma che morì grazie a qualcuno che sparandogli a bruciapelo, dopo la  volontaria cattura, voleva così impedirgli di parlare, temendo che egli facesse i  nomi dei suoi protettori a Lagopesole e ad Avigliano, suo paese di origine. Per il brigante Giuseppe Caruso la svista nella quale incorre il regista Poeti è davvero imperdonabile: Caruso fu il primo pentito della storia italiana e grazie a lui fu catturato Ninco-Nanco e Crocco fu costretto a fuggire verso lo Stato Pontificio. Per la sua delazione a Caruso fu concesso, come da lui richiesto, il posto di guardiaboschi del bosco di Monticchio e morì di vecchiaia, non certo per mano di Crocco, come si vede teatralmente nella fiction televisiva.

Infine la stessa figura di Garibaldi, come appare nel “Generale dei Briganti”, è ridotta a semplice caricatura dell’Eroe dei due Mondi. Non si vede il benché minimo cipiglio del grande nizzardo, che viene ripreso quasi sconsolato e triste sulla riva dello Jonio e che accetta una fantomatica proposta di collaborazione dei briganti lucani da un ancor più fantomatico dottor Aiello. Questa fiction televisiva sul “Generale dei briganti” ha dunque fallito lo scopo di rappresentare un periodo delicato ed importante della nostra storia nazionale e regionale. Eppure non ci voleva molto per fare una presentazione accorta e responsabile del fenomeno del “brigantaggio postunitario” e di Carmine Crocco Donatelli e delle bande brigantesche da lui capeggiate in Lucania dal 1861 al 1864. Esistono innumerevoli fonti storiche, letterarie e di costume che hanno composto, scomposto e ricomposto questi avvenimenti. Cinema, letteratura, musica, teatro se ne sono occupati in modo molto puntuale e riscuotendo il plauso di tutti, pur nella contraddittorietà delle posizioni. Vi è stato il precedente del film di Pasquale Squitieri “Li chiamarono briganti”, le canzoni di Bennato(da “Brigante se more”a “Grande sud”, fino al recente “Ninco-Nanco deve morire”), i romanzi di Carlo Alianello, il teatro del parco-spettacolo della Grancia, se pure non si voleva considerare le fonti autorevoli di archivio di Gustino Fortunato, Franco Molfese, Tommaso Pedio, Michele Saraceno, Basilide Del Zio, Petruccelli della Gattina, Giampaolo D’Andrea e tanti altri. Bastava comunque per tutti attenersi a quanto lo stesso Carmine Crocco aveva scritto nella sua autobiografia o per meglio dire almeno in una delle sue due redazioni, quella trascritta in italiano e data alle stampe a Melfi dal capitano medico Eugenio Massa nel 1903(due anni prima della morte di Crocco), seguendo e correggendo le forme dialettali che restano invece in quella dell’antropologo criminale Cascella nel 1907. Nel 1964 Tommaso Pedio pubblicò l’autobiografia già data alla stampa dal Massa, facendone una ristampa intitolata “Come divenni brigante” che contiene in appendice il verbale dell’interrogatorio di Crocco nel carcere di Potenza il 3 e 4 agosto del 1872, date in cui avvenne il processo. Deve essere infine precisato che nel 1903 Basilide Del Zio pubblicava nella stessa stamperia di Melfi una controbiografia di Crocco nella quale contestava le affermazioni di Crocco. Come si vede ci sono tutti gli elementi perché si potesse effettuare una doverosa ricostruzione filmica che lasciasse la possibilità di nutrire ancora qualche dubbio sui risvolti e  sullo svolgimento della rivolta brigantesca, nonché della sua repressione, che presenta taluni punti oscuri. E’ da rilevare innanzitutto il fatto che lo stesso Crocco riconosca la natura violenta e sanguinaria del suo comportamento, mitigata dal fatto di aver subito il sopruso di una madre oltraggiata in un contesto di vita miserabile e reso ancor più tale dalla situazione nella quale si trovavano a vivere i poveri cafoni lucani. Egli annota ancora il fatto che in simile situazione quelli che maggiormente subiscono il peso delle ingiustizie sono gli stessi che sono visti come i protagonisti di violenza o di misfatti,mentre dietro ad essi si nascondono i veri responsabili che nessuno sospetterebbe. Come successe per il padre, incarcerato senza alcuna colpa. La situazione nella quale si trovò Crocco, quando aveva appena una diecina di anni non è stata lontanamente neppure rammentata nella fiction televisiva. Un padre si trovava in carcere senza colpa, un fratello affidato ad uno zio e che dopo qualche anno rimase bruciato vivo, un altro fratello affidato ad una zia ladra che depredò il piccolo patrimonio di famiglia e lui che insieme ad un altro fratello che diventano pastori di pecore in Puglia. “Lontano dal mio paese, da mia madre pazza, da mio padre carcerato, io crebbi conducendo al pascolo armenti, crebbi col veleno nel cuore, colla rabbia nell’animo, col vivo desiderio di offendere” dice Crocco nella sua autobiografia.Vedendo la prima puntata del film, trasmessa il 12 febbraio 2012, si può anche nutrire la speranza che la vicenda possa assumere i toni giusti pur in mezzo a tante inesattezze, come quella dello sfregio subito dalla sorella di Crocco, mai avvenuto mentre invece Crocco parla di una donna che adoperandosi per far incontrare la sorella con un “signorotto” del luogo ne ricevette proprio dalla sorella una “rasoiata”in viso.

Si instaura all’inizio della storia una forma di “empatia” per Crocco, alimentata dalla figura positiva del dottore Aiello che anima e riscalda una storia che altrimenti risulterebbe intrisa da profonda tristezza per le misere condizioni e l’arretratezza della vita che si conduceva negli anni prima della unificazione nella nostra regione. Ma queste condizioni e questa arretratezza sono superficialmente abbozzate ed in massima parte si ricavano dalla situazione di sudditanza verso i signori del luogo. Dopo aver visto entrambe le puntate ed ancor prima che finisca la seconda ed ultima puntata si trae la deludente impressione di una immotivata enfasi su un fantomatico “patriottismo” brigantesco che davvero non ci fu, mentre si tralascia di rappresentare la componente dei “galantuomini” che contribuì al processo di unificazione italiana. La mano del regista e dello sceneggiatore è sempre fortemente calcata sul dispotico nobile signorotto locale, ignorando che all’epoca nei paesi protagonisti della diffusione del brigantaggio era la classe borghese quella che  già prima con i Borboni dominava e che adesso si preparava a farlo anche con il nuovo stato unitario. Non viene inoltre neppure accennato alla presenza di un “legittimismo” ancora molto forte e all’azione svolta dagli emissari borbonici Borjes e Langlois sulle bande brigantesche e sulla banda di Crocco. Si insiste invece a sproposito su un ruolo che le bande ed in particolare quella di Crocco avessero svolto per cambiare il corso storico degli eventi. Secondo il regista Poeti(lo ha ribadito in conferenza stampa dell’8 febbraio 2012)i briganti hanno combattuto e fatto la storia,anche se poi ne sono stati esclusi. Tutto questo viene espresso nel film ma l’intento comunque, secondo il regista, non è stato quello di “monumentalizzare” il brigantaggio. Se dunque il brigantaggio fosse stato per davvero “monumentalizzato”questo film sarebbe passato alla storia per averla completamente travisata. Cosa invece risulta di realmente avvenuto è ben altro. Crocco riferisce nel processo che il 18 agosto 1860 con qualche altro brigante si recò a Potenza con un gruppo di volontari al comando del Mennuni, che comandava la colonna di Forenza e qualche giorno dopo si riunì ad Auletta con una colonna di garibaldini in marcia verso Napoli. Poi quando si presentò al ritorno a Potenza dal Governatore fu avvertito dell’esistenza di un mandato di cattura a suo carico per i crimini in precedenza commessi, per cui si diede nuovamente alla macchia. Non essendo riuscito ad espatriare in Grecia fu contattato da persone che lo invitarono a prendere parte ad una controrivoluzione borbonica. Ma non volle mai riferire il nome di queste persone, forse le stesse che gli avevano sempre prestato protezione e complicità prima e dopo il nuovo corso della sua vita. Tutto questa vicenda personale, contrassegnata da una serie di crimini, furti ed uccisioni, giunse a nobilitarsi per una causa già persa in partenza, ma che Crocco accettava consapevolmente, ben sapendo che era l’unica possibilità che gli restava per allontanare il carcere e forse la pena di morte. La previsione fu talmente giusta che gli permise non solo di sopravvivere alla repressione del brigantaggio, ma alla stessa condanna a morte commutata poi nel carcere a vita. Determinante per la sua salvezza fu il silenzio che egli garantì a quanti temevano le sue rivelazioni, in un momento di passaggio di poteri e di privilegi che, pure in mezzo al forte sconvolgimento politico, permanevano nelle stesse mani. Il film “Il Generale dei briganti” di Paolo Poeti non ha voluto affrontare ed ha relegato ai margini della storia un tema delicato ma importante come quello del “gattopardismo”, ma in fondo neppure ha tentato di spiegare, sia pure sommariamente, le ragioni per le quali “un brigante”, ben consapevole delle sue nefandezze, volle comunque farsi “generale”, come titola Valentino Romano la sua Auto e Controbiografia di Crocco (Capone Editore - Lecce).

                                                                                                                Michele Marotta

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